Mathieu
Kassovitz: è nel 1995 che si fa veramente conoscere come
regista grazie a L'odio (La Haine) che ottiene il premio per la miglior
regia alla 48° edizione del festival di Cannes, e il César
come miglior film e miglior montaggio, un film realizzato in bianco
e nero capace di descrivere in maniera cruda e violenta la dura realtà
delle minoranze confinate nella periferia parigina
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la scheda]
Venti
ore, una giornata lunga un film. Un film che racconta una giornata.
Si apre la scena e una voce fuori campo racconta la storia dell'uomo
che precipita dal cinquantesimo piano e che ripete a se stesso mano
a mano che si avvicina all'impatto fatale: "fin qui, tutto bene".
Una zoomata sull'anello di Vinz (Vincent Cassel) che dorme nel suo letto
e che viene svegliato da Said (Said Taghmaoui) perché ha voglia
di fumare uno spinello. La sorella di Vinz che minaccia di dirlo alla
madre. Parole di fuoco. Volgarità interminabili e violenza servono
a raccontare.
Immagini
sparate con suoni toccanti, dialoghi inarrestabili sputati con odio
in faccia alla società descritta sapientemente da Kassovitz,
raccontano una giornata balorda e una notte brava nella vita di tre
giovani disadattati, o meglio, ben adattati alla vita di strada dei
banlieu (perfierie) francesi: un bianco ebreo (Vinz), un maghrebino
(Said) e un africano (Hubert Kounde) alla deriva tra il quartiere di
Muguets, a 30 km dalla torre Eiffel, e dal centro di Parigi. Tre esempi
di minoranze non scelte a caso. Nel loro vagabondare c'è disperazione,
rabbia, odio per la perdita di un amico morto per mano della polizia.
Vinz ha una pistola (sottratta proprio ad un poliziotto durante una
manifestazione violenta) e vuole usarla per vendicare l'amico. Il linguaggio
è sporco.
I
dialoghi del film sono in "verlan" (un tipico dialetto parigino,
che consiste nel pronunciare le parole all'inverso ad es: bizare si
pronuncia zarbì, fete=tefe, etc.), gli attori mantengono lo stesso
nome anche nel film, finzione e realtà si confondono per raccontare
il disagio vissuto nel quotidiano di una società che tende a
dimenticare e a confinare ai margini qualunque problema irrisolto. Molte
le asprezze di linguaggio in questo film-denuncia che può e deve
suscitare polemiche e discussioni. Gustosa la scena della rulette russa
inscenata dall'amico Asterix (pazzo scatenato che ospita i tre a Parigi
per qualche ora).
Notevoli
le musiche e gli effetti sonori, celebre il pezzo remixato de la vie
en rose suonato su una base dei Cypress Hill. Hubert vuole uscire dal
degrado che obbliga lui ed i suoi amici ad essere e comportarsi da disadattato.
Ma non può riuscirci. Tutto si capisce nella scena finale. Dopo
questa, la stessa storia dell'uomo che precipita, viene riproposta dalla
voce fuori campo, ma stavolta, al posto dell'uomo, la voce racconta
di una "società" che precipita e che rassicura sé
dicendo: "fin qui, tutto bene". Solo che il problema non è
tanto la caduta
ma l'atterraggio.
Capofila dei film di banlieu tendenza del cinema giovane francese alla
metà degli anni '90 che racconta in bianco e nero la realtà
della periferia metropolitana, premio della regia a Cannes, 2 milioni
di spettatori solo in Francia.